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Venezia 66: I love you

Le dive sbarcano al Lido di Venezia, la povera giornalista aspirante critica sbarca a Porta Susa alle 21 dopo sei-giornate-sei di festival e cinquanta minuti di ritardo. Per i film visti e per tutti gli altri c’è lo specialone di NonSoloCinema.

Avendo esaurito la fantasia procedo con una di quelle belle cose che si fanno quando si è a corto di idee: l’alfabeto veneziano, ovvero dalla A alla Zeta (con qualche lettera mancante) gioie e delizie del festival.

IMG_3841A come Accrediti. Gli accrediti veneziani si dividono in quattro grandi categorie: rossi (superfighi), blu (fighi), gialli (poco fighi), verdi (sfigati). Le proiezioni vengono organizzate per priorità. Quindi da subito si formano tre code: i rossi che sanno che entreranno perché sono pochi, i blu che sanno che entraranno perché non sono pochi ma le sale sono grandi, i gialli, che entrano sicuri ai film che non si fila nessuno, ma per i filmoni devono stare lì tipo un 45 minuti prima. Al sole ovviamente. Quando sono entrati tutti, ma proprio tutti, è il momento dei verdi, i quali, occorre dirlo, sono rassegnati, educati e restano in silenziosa attesa senza disturbare.

B come Black, fantastico il look total black di Tom Ford & Co. alla conferenza stampa di presentazione di A single man. Le mie colleghe presenti (beate loro) sono andate in estasi.

C come code. Le code sono il must veneziano. Si fa la coda per prendere il vaporetto, si fa la coda per salire sull’autobus, si fa la coda per mangiare, si fa la coda per entrare in sala stampa e lavorare, si fanno inspiegabili code alle toilette, si fa la coda, ovviamente, per entrare nelle sale. E qui rimando alla voce accrediti. Il lato positivo delle code? Si possono scrivere libri ascoltando le stupidaggini proferite da quelli che sono convinti di avere grandi idee e ci tengono soprattutto a farlo sapere agli altri.  Purtroppo senza alcun pudore.

F come Forze di Polizia. Non so, quest’anno ci sembrava che lo schieramento di polizia e carabinieri fosse imponente. A noi serviva soprattutto per capire quando stava per arrivare una super star.

G come Grammatica. Bisogna dire la verità. Alcuni blogger non conoscono le fondamentali regole di grammatica. Di solito sono coloro che pensano più di altri di avere la valigetta pronta per andare a ritirare il Pulitzer.

H come Hilton (Paris). Memorabile lo scmabio di battute tra Marta (ma guarda quella quella come se la tira, manco fosse Paris Hilton) e Ilaria (guarda Marta che E‘ Paris Hilton).

L come litigio. Tra Michele Placido e giornalista spagnola.

M come Mangiare. Fino allo scorso anno abbondavano piadine e paniname vario. Quest’anno noi lavoratori dello spettacolo siamo stati salvati dalla pizza da passeggio (cioè consegnata in un cartoccio) perchè in un impeto di sloufuditudine l’appalto è stato vinto da fantomatici propinatori di prodotti italiani “di qualità”: mortadella, salame e prosciutto, conditi, peraltro dalla consueta, inspiegabile propensione al disservizio. Per esempio: i primi piatti sono finiti/non ancora arrivati. Al terzo giorno il pubblico si aggirava esausto alla ricerca di qualche cosa di commestibile buttandosi perfino sugli orsetti di gomma.

N come Noia. Alcuni  registi hanno deciso di ammortizzare le spese di affitto dell’attrezzatura cinematografica. Il film potrebbe durare un’oretta? Ecchecavolo, con quello che abbiamo pagato per il nolo bisogna farlo almeno di due ore, meglio se tre. E quando hai pochino da dire, l’è dura.

O come Olezzo. Va bene, si cercano sistemazioni economiche. Va bene, gli orari del festival sono terribili. Va bene, si fanno le code al sole. Ma possibile che così tante persone non trovino il tempo per una spruzzatina di acqua sotto le ascelle?

P come Perla 2 (Sala). Era la grande novità dell’edizione 2009. E’ stato il modo per riconoscere gli amici: quelli veri ti avvertivano di non andarci perché i primi due giorni c’erano 50 gradi. Quando la temperatura esterna è finalmente scesa hanno aggiustato l’aria condizionata e ci si sbrinava con il Paraflu (grazie a Marta per la battuta).

R come Ridateci i soldi, ovvero il muro del pianto. Svettava quest’anno la lista delle dieci domande in Repubblica-style inviate al Direttore Marco Mueller (grazie e Ilaria e Marta per la foto)

dIECI DOMANDE VENEZIA

S come sottotitoli. Come ogni anno qualche problema con i sottotitoli non sincronizzati. Non sarebbe un problema insuperabile. Non fosse che se ritarda una proiezione di 30 minuti alla prima proiezione delle 8,30, dopo per tutto il giorno non fai che correre come un pazzo.

U come Up. Da non perdere, soprattutto se dalle vostre parti c’è una sala 3D. Poi, se volete, potete leggere qui come nascono le favole Disney-Pixar.

V come  Viggo (Mortensen). Eh ragazzi… Si è presentato con la maglietta “Make art, not war”. E’  attore, fotografo, pittore e per di più non è bello. Di più.

Z come Zanzare. Quest’anno facevano il continuato. Senza tregua, dalle 0 alle 24. In stanza al Bed&breakfast, in coda al Lido. La profusione di citronella, geranio, autan che creava barriere odorifere tra le persone non bastava a tenerle lontano. Un paio ho cercato di prenderle al lazo, viste le dimensioni, ma le carogne erano pure veloci…

E per finire: Brad Bird, regista di Ratatouille e Gli Incredibili mentre disegna “Edna” per la mia compagna di avventura veneziana Edna-Marta.IMG_3849



Speciale Venezia 65

Appassionati di cinema e dintorni: segnalo a tutti che sullo speciale sulla 65a Mostra del Cinema di Venezia curato dal folto gruppo di giornalisti, redattori e amici di NONSOLOCINEMA si trovano le recensioni di tutti i film in concorso, fuori concorso e delle sezioni Orizzonti, Settimane della Critica e Giornate degli Autori.

Buona lettura!


Riflessioni veneziane

E’ stata la mia prima volta a Venezia. Cinque giorni di cinema, non sempre grande cinema, ma per chi è appassionato, si sa, è una grande esperienza. Dopo avere ampiamente metabolizzato i menu a base di Quattro salti in padella riscaldati nel microonde al costo di un piatto di Paul Bocuse e le scarse ore di sonno, ecco la mia lista di cose belle e brutte.

Cose belle
Tanta gente, variopinta e stravagante, soprattutto alternativi di tutte le età che si atteggiano a critici cinematografici di grido e con le cavolate che dicono con incosciente sicumera (un esempio per tutti: Ma perché, Joe Belushi ha fatto qualcos’altro oltre ad Animal House?) rallegrano le chilometriche code, altrimenti noiosissime.

La troupe di bambini che girava per il Lido chiedendo opinioni. Davvero i meno omologati e asserviti alle major e i più professionali di tutti, con tanto di microfono e telecamera, serissimi, incalzanti nelle domande. Chissà se li hanno lasciati avvicinare a qualche star?
(continua)

I due poliziotti “originali” della storia raccontata in World Trade Center. Assente Nicolas Cage, quel volpone di Oliver Stone si presenta al Lido con i due protagonisti reali,  McLoughlin e Jimeno, accompagnati dalle mogli. Tutti e quattro un po’ impacciati, almeno in conferenza stampa, ma molto veri e per questo teneri e simpatici.

Clive Owen. E vabbé, lo ammetto. Non ho visto Ben Affleck (ma mi dicono non abbia ancora perso i 15 chili accumulati per girare Hollywoodland) né Josh Hartnett, che avrei consolato volentieri dopo la sfuriata di Scarlett sullo yacht di Alberta Ferretti. Però Owen, oltre ad avere una voce da paura, è proprio belloccio. E pure il suo regista Alfonso Cuaron (I figli degli uomini) non è niente male.

Il documentario Bellissime di Giovanna Gagliardo. Sull’onda dei ricordi e della storia “vista dalla parte di lei”, cioè delle donne, confesso che qualche lacrimuccia l’ho versata.

Infamous di Douglas McGrath e The Queen di Stephen Frears. Sono i due film che mi sono piaciuti di più. Nel senso che con la pubblicità martellante e la sovrastimolazione da festival per capire che cosa ti piace veramente bisogna chiedersi: li spenderei 7 Euro per andare a ri-vederlo? Per questi due la risposta è sì.

Cose brutte
Gli spintonatori. Sono i professionisti dello spintone in coda. Di solito colpiscono ad altezza costola con il loro gomituccio, non chiedono scusa e ti passano davanti. Il che non serve a niente, se non a fare incavolare ad ogni fila (cioè prima di ogni film) un tot di altrimenti tranquilli, pazienti e rassegnati accodati.

L’organizzazione della mostra. Ma qui è come sparare sulla Croce Rossa, dato che si lamentano tutti, ma proprio tutti, anche se per motivi diversi. Il pubblico perché i biglietti sono sempre esauriti malgrado il costo elevato, i giornalisti perché lavorano male, gli sfigati con il pass verde (quello definito “accredito culturale” ma dentro c’è un po’ di tutto, compresi i giornalisti non fighi di quotidiani e televisioni) perché ultimi nella scala di valori degli accrediti (e secondo voi come lo so????).

Gli sbalzi ormonali degli addetti alla sicurezza e dei controllori dei pass. Perché siccome nessuno ha dato regole precise (tranne il no agli zaini di qualsiasi forma e misura, anche se in formato Barbie), ognuno, in base al proprio personale tasso ormonale, agisce di conseguenza. Le borse un giorno si lasciano e un giorno no, gli accrediti verdi un giorno passano e l’altro no, la macchina fotografica oggi sì e domani no.

I raccomandati. Aleggia fin dallo sbarco dal vaporetto la frase “…ah, è vero, lì non si può. Però se conosciamo qualcuno, poi ci fanno passare”. Arrivo da Torino, città che ha subito in passato il fascino del calvinismo e non ci credo, almeno all’inizio, ma poi intuisco che è vero. Per cui chi non ha il pass superfigo e del colore giusto (rosso e blu quest’anno…) se ne sta fuori dalla conferenza stampa anche se è lì per lavorare. In compenso l’adolescente brufolosa (e senza pass) si imbuca in quanto amica di una controllora al sussurro di “vieni che riesco a farti entrare…” Miracoli italiani.

Egyentleneim di Gyula Nemes. Mi toccava vederlo, ma ho avuto nausea da cinetopatia (dove non c’entra il cinema ma il movimento) per circa mezz’ora all’uscita.  I già scarsi spettatori presenti in sala all’inizio della proiezione si sono dimezzati dopo i primi dieci minuti. Mi piacerebbe sapere chi li seleziona, questi film, e soprattutto quali sono i veri criteri.

Non prendere Impegni stasera. Mi spiace perché Gianluca Tavarelli è di Torino e un po’ di sano campanilismo ci starebbe bene, ma non bastano attori famosi televisivamente parlando per fare un bel film. E poi, santo cielo, basta con le crisi dei quarantenni e dei cinquantenni che si parlano addosso.


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