Questo è l’intervento di Mario Calabresi, direttore de La Stampa di Torino, al Working Capital Camp di Torino. Ascoltatelo e riascoltatelo.
(grazie a Vittorio Pasteris)
Questo è l’intervento di Mario Calabresi, direttore de La Stampa di Torino, al Working Capital Camp di Torino. Ascoltatelo e riascoltatelo.
(grazie a Vittorio Pasteris)
Ti dirò, anche se è questo discorso che andrebbe meglio affrontato al di fuori di un commento, che quanto qui sostenuto da Calabresi è stata per anni la mia colonna sonora (in azienda di dimensioni superiori e di pari visibilità a La Stampa). Non ho quindi potuto esimermi dal sorridere nel sentire fin le *stesse* mie parole. V’è tuttavia una componente di cui tener conto taciuta (e forse nemmeno immaginata da Calabresi): il fatto che quell’azienda in cui lavori e soprattutto credi, venga fagocitata da terzi in 6 mesi. Ciò fa sì che nel brevissimo arco di quel tempo le tue idee, buona parte delle tue realizzazioni, i tuoi progetti e fin anche il tuo ufficio: vengano accantonate, dismesse e tu reso inservibile. Ne tenga conto Calabresi specie considerando la sua giovane età in un Paese vecchio
La tua è una considerazione molto amara, che davvero richiederebbe una riflessione più approfondita.
Abbiamo importato la parte peggiore del modello che io definisco “americano”: considerare inutili le persone a 50 anni, ma senza che il mondo del lavoro abbia quella dinamicità che permette di risalire e di reinventarsi (banalmente spostarsi da una città ad un’altra è una corsa ad ostacoli solo per i documenti da fare…).
A Torino e provincia da inizio anno hanno chiuso i battenti una serie di studi di progettazione e design, che hanno visto annullare dall’oggi al domani dei lavori consistenti: il risultato, mi raccontava qualche settimana fa una persona piuttosto informata sul settore, sono alcune migliaia di persone dai 40 anni in su senza lavoro che sono per di più “invisibili”, in quanto non fanno massa critica nell’opinione pubblica e sulle pagine dei giornali. Molti si stanno reinventando una carriera in altri paesi dell’Europa, perchè da noi sono considerate già “vecchie” e creare nuove imprese è talmente difficile e pieno di ostacoli che preferiscono lavorare all’estero, con il risultato che ci troviamo di fronte ad uno stillicidio di professionalità qualificate che portano le loro competenze fuori dall’Italia.
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