La Baia della Luna

29 01 2009

un viaggio di tre amici alla ricerca di un luogo leggendario e segreto





Cercasi smentita

4 01 2009

Da qualche giorno le pagine di cronaca cittadina parlano nuovamente dei famigerati giunduiotti torinesi. Non sono di cioccolato ma di acciaio e vetro. Se si dovesse raccontarla ai bambini, la storia sarebbe questa qui. Come nel titolo, mi piacerebbe molto sbagliare, e che qualcuno smentisse…

C’era una volta in una bella città ai piedi delle montagne una bellissima piazza che si chiamava Solferino. Il nome derivava da una famosa battaglia, che vide i francesi vincere l’esercito austriaco nella omonima località vicino a Mantova nella Seconda Guerra di Indipendenza. L’ariosa piazza aveva forma allungata, un bel giardino, due monumenti e la fontana detta Angelica, che prende il nome dalla madre del ministro che la commissionò. Bellissimi  palazzi ottocenteschi ne delimitano i lati . Anticamente vi si svolgeva il mercato della legna, poi nell’Ottocento venne aperto il caffé Norman, frequentato da Camillo Benso di Cavour, e il teatro Alfieri in cui recitarono tra gli altri anche Macario e Wanda Osiris.

Qualche tempo prima delle Olimpiadi del 2006, si decise di riempire il bel giardino della piazza con due  strutture di acciaio e vetro, che vennero battezzate “gianduiotti” perché volevano assomigliare ai famosi cioccolatini torinesi famosi in tutto il mondo. Le strutture erano orribili, ma non si poteva dire, perché le aveva disegnate un certo signor  Giugiaro, e non faceva fine dire che erano enormi, sproporzionate, bruttissime e sfregiavano la piazza. Chiunque lo diceva veniva additato  come uno stolto provinciale senza gusto, e i gianduiotti di acciaio e vetro venivano paragonati alla Piramide di fronte al Louvre di Parigi, anche se chiunque si accorge che c’è una bella differenza.

I gianduiotti, ribattezzati anche Atrium e contenenti spazi informativi sulla città e le Olimpiadi, dovevano restare nella piazza fino alle Olimpiadi del 2006, per poi venire smantellati e (forse) portati altrove. Così vennero tacitati tutti coloro che ancora avevano il coraggio di dire che erano veramente brutti. Ah, vabbè, è solo fino alle Olimpiadi, sospiravano i torinesi  quando passavano davanti ai due orrori. Così poi avremo di nuovo il nostro giardino, la piazza, le statue e la fontana.

Passato il 2006, si fece una gara pubblica per decidere chi dovesse fare lo smantellamento. Vinse una ditta di Firenze, che per una cifra che avrebbe insospettito anche la persona più digiuna di costi di smantellamento, giurò e spergiurò che ci avrebbe pensato lei.

I solerti addetti del Comune di Torino si prepararono in attesa di  vedere truppe di operai parlanti dialetto fiorentino arrivare all’alba in piazza Solferino e cominciare a svitare e smantellare.

Passa un mese, passan due mesi e dei fiorentini non si vede ombra. Passan le stagioni, i due gianduiotti diventano brutti (ah, giusto, lo erano già) sporchissimi, pieni di schifezze, perchè nell’attesa che arrivino i fiorentini nessuno li cura più. Che prima fossero due capolavori come la Piramide del Louvre di Parigi se lo erano dimenticato tutti coloro che lo sbandieravano ai quattro venti.

Dopo un anno di attesa i solerti funzionari del Comune di Torino si chiedono ohibo’, fosse che i fiorentini ci han gabbato? E scrivono un po’ di volte ai fiorentini per ricordargli che avevan giurato di smatellare, seppure per un cifra che avrebbe destato sospetto nel più sprovveduto degli amministratori. Nel frattempo i torniesi si chiedevan tutti: ma non li dovevano smontare, questi brutti gianduiotti, che adesso oltre che brutti son pure abbandonati e sporchi? E che figura ci facciamo noi torinesi, che abbiamo una città così bella dopo le Olimpiadi, se lasciamo in centro alla città due orrori come questi (nel frattempo si poteva dire che erano orrori senza essere chiamati disfattisti)?

Allora tutti si facevano avanti per trovare una soluzione: qualcuno diceva li prendo io, li metto in un parco e ci faccio una struttura che serva per gli sportivi. Qualcun’altro diceva li prendo io e li smonto, ma non alla cifra ridicola dei fiorentini, ovviamente.

Poi a qualcuno venne questa idea: un gianduiotto lo smantelliamo, ma l’altro lo teniamo per altri cinque anni e ci facciamo (ah sì, fantasia portami via…) UN TEMPIO DEL GUSTO, di cui tutti a Torino sentivano una grande mancanza.

Ora evidentemente chi ha messo in giro questa voce deve essere uno di quei fiorentini burloni che ancora stiamo aspettando per smontare i giandubrutti: insomma, l’è tutta una burla ma nel caso lontano che codesta panzana fosse vera, la morale della favola è: non bisogna credere mai a quello che ti dicono.

Ovvero i gianduiotti bisogna mangiarli, mica farli disegnare anche se da un famoso designer e, peggio ancora, farli costruire.