Dieci regole del manager di successo

30 11 2007

Quello che segue è il testo di un post che risale a circa un anno fa, copiato integralmente da  Nikita, Diario semiserio di una ex manager rittiratasi a New York. Poiché in questi giorni sono per lavoro a contatto con un bel po’ di manager che se la tirano, quando mi assale lo sconforto di fronte alla loro spocchia penso a queste dieci regolette e sorrido :-)

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LE DIECI REGOLE DEL MANAGER DI SUCCESSO

Ecco dieci regolette facili, facili da stampare sulla prima pagina dell’ agenda personale o da scrivere su un pacchetto di sigarette da tenere sempre in tasca.
Dieci perle di saggezza che faranno di un semplice numero aziendale un elemento dalla carriera assicurata che portera’ a cambiamenti radicali nel futuro dell’azienda.
Crediamo nella classe manageriale e sosteniamola!

Il Manager di successo:

1) Cambia subito lo staff, non totalmente,per non dare nell’occhio e lo sostituisce con un gruppo di ex goliardici universitari.
2) Rimane fino a notte inoltrata in ufficio navigando su internet. La cosa piu’ importante sono le ore che passa sul posto di lavoro, non i risultati che ottiene.
3) Non prende mai decisioni. E se qualcosa va storto, la colpa e’sicuramente di un subalterno.
4) Scrive poco in modo da non lasciare tracce evidenti del suo operato.
5) Da’ sempre imput poco chiari in modo da creare confusione e salvare la faccia in caso sorgano problemi.
6) La sua pausa pranzo dura delle ore. E’ sempre fuori con dei clienti.
7) Ha bisogno di svariati coffee break durante la giornata: sono momenti di riflessione…su come trascorrere il week end.
8) Concentra i viaggi di lavoro il venerdi’, durante i quali non e’ mai rintracciabile al cellulare perche’ la zona non ha campo.
9) Lavora spesso da casa cioe’…va a fare shopping.
10) Usa un frasario volgare poiche’ denota potere.





Tipi da festival

26 11 2007

Dopo Venezia, Torino Film Festival. E con due festival potrei già dire che le tipologie degli spettatori dei festival sono abbastanza simili ovunque.

I critici. Quelli veri di solito non si fanno vedere. I film li hanno già visti prima, hanno il pressbook, mangiano pasta e fagioli con registi e produttori e quindi, di solito si vedono poco in giro. Poi ci sono gli altri, quelli che “bello, ma questo film non va da nessuna parte“. Quello che “questo regista ha una cifra stilistica decisamente matura“. Quelli che se non c’è almeno una poveretta paranoica afflitta da deliri di persecuzione, tormentata da un vicino psicopatico, disoccupata e con una dozzina di figli a carico, il film è “un’americanata”.

Quelli che sbagliano film. Attratti dalla mini-presentazione del programma si scapicollano tra una sala e l’altra. Il sospetto che la pellicola sia una sola li sfiora quando contano gli altri spettatori (tre) in sala. Però non vogliono sembrare degli ignorantoni, stanno lì, se il film è lungo si fanno una pennica e quando escono dicono “non era poi così male“.

Gli alternativi. Sono quelli che vivono ancora nel ricordo del Sessantotto. Se femmine indossano lise gonnellone gipsy + gilet a fiori e imitazione finto zoccoletto. Se maschi, improbabili camicie, sciarponi di lana cotta e pedulone a carrarmato. In entrambi i casi hanno i capelli (i maschi quelli che ancora li hanno) crespi/ricci, trascurati il giusto. Anche il loro modo di guardare un film è tutto intriso di alternatività. Non si perderebbero mai il giovane regista dell’isola di Tonga che “vede con occhi nuovi e usa la telecamera come fosse una macchina fotografica“. Per loro un film non deve essere nemmeno tragico, ma solo, e soprattutto, triste.

Le coppie. Di solito nelle coppie (marito/moglie, fidanzato/a, amici) uno dei due è acculturato, l’altro no. Per cui discutono una mezz’oretta se vedere il capolavoro criptico e incomprensibile o il film che i direttori artistici hanno selezionato per errore, in quanto divertente o semplicemente gradevole. Di solito vince l’acculturato e si beccano un pippone insopportabile. La coppia si individua immediatamente all’uscita. Dal litigio.

Lo spettatore normale. Si riconosce perché è smarrito. Cerca disperatamente nel programma il nome di un regista che conosce, di un attore che ha già visto, di una storia di cui ha sentito parlare. Quando finalmente lo ha trovato, di solito i biglietti, e i posti, sono esauriti.

I tecnici. Sanno tutto del regista, dello sceneggiatore, di chi ha fatto gli effetti speciali, del backstage, della location, del trucco, dei costumi, e affliggono con la loro cinefilia i vicini di sedia, gli amici, i parenti che si sono trascinati da casa.

Prossimamente, e dopo attenta ricerca antropologica… altri tipi da festival.