Riflessioni veneziane

14 09 2006

E’ stata la mia prima volta a Venezia. Cinque giorni di cinema, non sempre grande cinema, ma per chi è appassionato, si sa, è una grande esperienza. Dopo avere ampiamente metabolizzato i menu a base di Quattro salti in padella riscaldati nel microonde al costo di un piatto di Paul Bocuse e le scarse ore di sonno, ecco la mia lista di cose belle e brutte.

Cose belle
Tanta gente, variopinta e stravagante, soprattutto alternativi di tutte le età che si atteggiano a critici cinematografici di grido e con le cavolate che dicono con incosciente sicumera (un esempio per tutti: Ma perché, Joe Belushi ha fatto qualcos’altro oltre ad Animal House?) rallegrano le chilometriche code, altrimenti noiosissime.

La troupe di bambini che girava per il Lido chiedendo opinioni. Davvero i meno omologati e asserviti alle major e i più professionali di tutti, con tanto di microfono e telecamera, serissimi, incalzanti nelle domande. Chissà se li hanno lasciati avvicinare a qualche star?
(continua)

I due poliziotti “originali” della storia raccontata in World Trade Center. Assente Nicolas Cage, quel volpone di Oliver Stone si presenta al Lido con i due protagonisti reali,  McLoughlin e Jimeno, accompagnati dalle mogli. Tutti e quattro un po’ impacciati, almeno in conferenza stampa, ma molto veri e per questo teneri e simpatici.

Clive Owen. E vabbé, lo ammetto. Non ho visto Ben Affleck (ma mi dicono non abbia ancora perso i 15 chili accumulati per girare Hollywoodland) né Josh Hartnett, che avrei consolato volentieri dopo la sfuriata di Scarlett sullo yacht di Alberta Ferretti. Però Owen, oltre ad avere una voce da paura, è proprio belloccio. E pure il suo regista Alfonso Cuaron (I figli degli uomini) non è niente male.

Il documentario Bellissime di Giovanna Gagliardo. Sull’onda dei ricordi e della storia “vista dalla parte di lei”, cioè delle donne, confesso che qualche lacrimuccia l’ho versata.

Infamous di Douglas McGrath e The Queen di Stephen Frears. Sono i due film che mi sono piaciuti di più. Nel senso che con la pubblicità martellante e la sovrastimolazione da festival per capire che cosa ti piace veramente bisogna chiedersi: li spenderei 7 Euro per andare a ri-vederlo? Per questi due la risposta è sì.

Cose brutte
Gli spintonatori. Sono i professionisti dello spintone in coda. Di solito colpiscono ad altezza costola con il loro gomituccio, non chiedono scusa e ti passano davanti. Il che non serve a niente, se non a fare incavolare ad ogni fila (cioè prima di ogni film) un tot di altrimenti tranquilli, pazienti e rassegnati accodati.

L’organizzazione della mostra. Ma qui è come sparare sulla Croce Rossa, dato che si lamentano tutti, ma proprio tutti, anche se per motivi diversi. Il pubblico perché i biglietti sono sempre esauriti malgrado il costo elevato, i giornalisti perché lavorano male, gli sfigati con il pass verde (quello definito “accredito culturale” ma dentro c’è un po’ di tutto, compresi i giornalisti non fighi di quotidiani e televisioni) perché ultimi nella scala di valori degli accrediti (e secondo voi come lo so????).

Gli sbalzi ormonali degli addetti alla sicurezza e dei controllori dei pass. Perché siccome nessuno ha dato regole precise (tranne il no agli zaini di qualsiasi forma e misura, anche se in formato Barbie), ognuno, in base al proprio personale tasso ormonale, agisce di conseguenza. Le borse un giorno si lasciano e un giorno no, gli accrediti verdi un giorno passano e l’altro no, la macchina fotografica oggi sì e domani no.

I raccomandati. Aleggia fin dallo sbarco dal vaporetto la frase “…ah, è vero, lì non si può. Però se conosciamo qualcuno, poi ci fanno passare”. Arrivo da Torino, città che ha subito in passato il fascino del calvinismo e non ci credo, almeno all’inizio, ma poi intuisco che è vero. Per cui chi non ha il pass superfigo e del colore giusto (rosso e blu quest’anno…) se ne sta fuori dalla conferenza stampa anche se è lì per lavorare. In compenso l’adolescente brufolosa (e senza pass) si imbuca in quanto amica di una controllora al sussurro di “vieni che riesco a farti entrare…” Miracoli italiani.

Egyentleneim di Gyula Nemes. Mi toccava vederlo, ma ho avuto nausea da cinetopatia (dove non c’entra il cinema ma il movimento) per circa mezz’ora all’uscita.  I già scarsi spettatori presenti in sala all’inizio della proiezione si sono dimezzati dopo i primi dieci minuti. Mi piacerebbe sapere chi li seleziona, questi film, e soprattutto quali sono i veri criteri.

Non prendere Impegni stasera. Mi spiace perché Gianluca Tavarelli è di Torino e un po’ di sano campanilismo ci starebbe bene, ma non bastano attori famosi televisivamente parlando per fare un bel film. E poi, santo cielo, basta con le crisi dei quarantenni e dei cinquantenni che si parlano addosso.