Del Belgio e di come passa il tempo

4 07 2006

Eh sì, da brava torinese, non posso che esclamare “ommi come passa il tempo”… dal 16 giugno fa giusto quasi un mese che non posto niente.
Ho lavorato un casino e alla sera ho gli occhi in pappa e non ho più voglia di continuare a scrivere.
Così, spento il computer, mi sono accasciata sul divano a guardicchiare qualche partita. Sono anche stata per cinque-giorni-cinque in Belgio a trovare una mia amica, senza marito e senza figli. Li adoro, ma ogni tanto un po’ di disintossicazione da famiglia non guasta. In più il Belgio è molto meno noioso di quanto mi aspettassi (complici anche delle bevute di birra…).

Il fatto di avere visitato anche la zona mineraria mi ha fatto scoprire molti aspetti interessanti (e non sempre tristi) della vita degli italiani che subito dopo la guerra emigravano per lavorare nelle miniere di carbone grazie ad un accordo tra Belgio e Italia. Io ero in una zona in cui la popolazione italiana (o di origine italiana) raggiunge l’80 %.
La mia amica, che insegna italiano da quelle parti,  ha raccolto le testimonianze di alcuni ex minatori (le miniere sono state chiuse nel 92) e alcuni raccontano addirittura che “lavorare in miniera era meglio di quello che avevano lasciato a casa”. Pare incredibile che camminare carponi in cunicoli di settanta centimetri a centinaia di metri sotto terra con il rumore dei martelli pneumatici, del nastro trasportatore del carbone e della ventilazione forzata (che non era silenziosa come oggi, ma sembrava più uno sbuffo violento di aria compressa, però continuo) potesse essere meglio di qualsiasi cosa che non fosse l’inferno. Per molti, tuttavia, che arrivavano dalla campagna, l’essere sepolti vivi per dieci ore al giorno era una vera tortura.

Non ho purtroppo potuto visitare una delle poche miniere ancora aperte al pubblico, ma mi è bastata la ricostruzione fatta nella ex miniera di Beringen, dove lavoravano 6000 minatori su tre turni, e la maggior parte era italiana. La mia guida, un corpulento ex minatore fiammingo con il quale comunicavo in tedesco, quando gli ho chiesto notizie della tragedia di Marcinelle (dove su 232 morti 140 erano italiani) si è commosso fino alle lacrime. Per i minatori, di qualsiasi nazionalità, è stata una tragedia di fronte alla quale si sono trovati impreparati e impotenti. Forse oggi – mi ha spiegato – con i criteri di sicurezza e i materiali a disposizione, la tragedia no navrebbe avuto quella portata, ma, da ex minatore, poteva dirmi con sicurezza che una tale combinazione di eventi avrebbe ancora oggi causato un bel guaio.

Mi ha stupito anche come il governo belga favorisca in qualsiasi modo la raccolta di documenti sulla storia delle miniere e dell’immigrazione per mantenere vivo il ricordo nelle nuove generazioni.