Chi era Brownie Wise? Forse qualcuno la conosce come Mrs Tupperware, cioè colei che inventò i “Tupperware party”.
Cercando il titolo del documentario che qualche anno fa venne presentato al Biografilm Festival mi sono imbattuta in questo The American Storyteller Radio Journal, creato e curato da Nelson Lauver, un classico “dislessico di successo”. Vale la pena leggere la sua biografia.
Tornando al primo oggetto della ricerca, non avendo trovato il doc che cercavo mi sono accontentata di ascoltare la storia di questa donna che in qualche modo ha portato avanti una rivoluzione silenziosa che ha cambiato la vita di molte donne negli Usa del dopoguerra.
Grazie a www.bloggers.com/vivere ho ritrovato il mio vecchio blog, che per motivi tecnici era migrato su questa piattaforma. Qualche post aveva traslocato, qualche post no, è stato divertente rileggerli.
Le dive sbarcano al Lido di Venezia, la povera giornalista aspirante critica sbarca a Porta Susa alle 21 dopo sei-giornate-sei di festival e cinquanta minuti di ritardo. Per i film visti e per tutti gli altri c’è lo specialone di NonSoloCinema.
Avendo esaurito la fantasia procedo con una di quelle belle cose che si fanno quando si è a corto di idee: l’alfabeto veneziano, ovvero dalla A alla Zeta (con qualche lettera mancante) gioie e delizie del festival.
A come Accrediti. Gli accrediti veneziani si dividono in quattro grandi categorie: rossi (superfighi), blu (fighi), gialli (poco fighi), verdi (sfigati). Le proiezioni vengono organizzate per priorità. Quindi da subito si formano tre code: i rossi che sanno che entreranno perché sono pochi, i blu che sanno che entraranno perché non sono pochi ma le sale sono grandi, i gialli, che entrano sicuri ai film che non si fila nessuno, ma per i filmoni devono stare lì tipo un 45 minuti prima. Al sole ovviamente. Quando sono entrati tutti, ma proprio tutti, è il momento dei verdi, i quali, occorre dirlo, sono rassegnati, educati e restano in silenziosa attesa senza disturbare.
B come Black, fantastico il look total black di Tom Ford & Co. alla conferenza stampa di presentazione di A single man. Le mie colleghe presenti (beate loro) sono andate in estasi.
C come code. Le code sono il must veneziano. Si fa la coda per prendere il vaporetto, si fa la coda per salire sull’autobus, si fa la coda per mangiare, si fa la coda per entrare in sala stampa e lavorare, si fanno inspiegabili code alle toilette, si fa la coda, ovviamente, per entrare nelle sale. E qui rimando alla voce accrediti. Il lato positivo delle code? Si possono scrivere libri ascoltando le stupidaggini proferite da quelli che sono convinti di avere grandi idee e ci tengono soprattutto a farlo sapere agli altri. Purtroppo senza alcun pudore.
F come Forze di Polizia. Non so, quest’anno ci sembrava che lo schieramento di polizia e carabinieri fosse imponente. A noi serviva soprattutto per capire quando stava per arrivare una super star.
G come Grammatica. Bisogna dire la verità. Alcuni blogger non conoscono le fondamentali regole di grammatica. Di solito sono coloro che pensano più di altri di avere la valigetta pronta per andare a ritirare il Pulitzer.
H come Hilton (Paris). Memorabile lo scmabio di battute tra Marta (ma guarda quella quella come se la tira, manco fosse Paris Hilton) e Ilaria (guarda Marta che E‘ Paris Hilton).
L come litigio. Tra Michele Placido e giornalista spagnola.
M come Mangiare. Fino allo scorso anno abbondavano piadine e paniname vario. Quest’anno noi lavoratori dello spettacolo siamo stati salvati dalla pizza da passeggio (cioè consegnata in un cartoccio) perchè in un impeto di sloufuditudine l’appalto è stato vinto da fantomatici propinatori di prodotti italiani “di qualità”: mortadella, salame e prosciutto, conditi, peraltro dalla consueta, inspiegabile propensione al disservizio. Per esempio: i primi piatti sono finiti/non ancora arrivati. Al terzo giorno il pubblico si aggirava esausto alla ricerca di qualche cosa di commestibile buttandosi perfino sugli orsetti di gomma.
N come Noia. Alcuni registi hanno deciso di ammortizzare le spese di affitto dell’attrezzatura cinematografica. Il film potrebbe durare un’oretta? Ecchecavolo, con quello che abbiamo pagato per il nolo bisogna farlo almeno di due ore, meglio se tre. E quando hai pochino da dire, l’è dura.
O come Olezzo. Va bene, si cercano sistemazioni economiche. Va bene, gli orari del festival sono terribili. Va bene, si fanno le code al sole. Ma possibile che così tante persone non trovino il tempo per una spruzzatina di acqua sotto le ascelle?
P come Perla 2 (Sala). Era la grande novità dell’edizione 2009. E’ stato il modo per riconoscere gli amici: quelli veri ti avvertivano di non andarci perché i primi due giorni c’erano 50 gradi. Quando la temperatura esterna è finalmente scesa hanno aggiustato l’aria condizionata e ci si sbrinava con il Paraflu (grazie a Marta per la battuta).
R come Ridateci i soldi, ovvero il muro del pianto. Svettava quest’anno la lista delle dieci domande in Repubblica-style inviate al Direttore Marco Mueller (grazie e Ilaria e Marta per la foto)
S come sottotitoli. Come ogni anno qualche problema con i sottotitoli non sincronizzati. Non sarebbe un problema insuperabile. Non fosse che se ritarda una proiezione di 30 minuti alla prima proiezione delle 8,30, dopo per tutto il giorno non fai che correre come un pazzo.
U come Up. Da non perdere, soprattutto se dalle vostre parti c’è una sala 3D. Poi, se volete, potete leggere qui come nascono le favole Disney-Pixar.
V come Viggo (Mortensen). Eh ragazzi… Si è presentato con la maglietta “Make art, not war”. E’ attore, fotografo, pittore e per di più non è bello. Di più.
Z come Zanzare. Quest’anno facevano il continuato. Senza tregua, dalle 0 alle 24. In stanza al Bed&breakfast, in coda al Lido. La profusione di citronella, geranio, autan che creava barriere odorifere tra le persone non bastava a tenerle lontano. Un paio ho cercato di prenderle al lazo, viste le dimensioni, ma le carogne erano pure veloci…
E per finire: Brad Bird, regista di Ratatouille e Gli Incredibili mentre disegna “Edna” per la mia compagna di avventura veneziana Edna-Marta.
Questo post di Massimo Mantellini, che ha avuto l’ardimento di guardarsi un TG1 dalla sigla iniziale ai titoli di coda, mi ha ricordato che l’ultimo TG1 che ho visto risale al’inizio di marzo. Ero agli antipodi del mondo, dove l’unico telegiornale in lingua italiana che arriva(va) – almeno nei motel a basso costo che frequentavo io – era giustappunto il Tg1.
Una “cosa” imbarazzante e inguardabile, tra l’altro con servizi fatti con una approssimazione ridicola (una vicenda riguardava la Nuova Zelanda ed era zeppa di inesattezze).
Ho pensato ai molti italiani intelligenti e meravigliosi che vivono laggiù e che da così lontano vedono l’Italia attraverso un filtro di assurdità.